Insegnamento della Religione Cattolica: una scelta che parla da sola

Ogni anno, quando le famiglie si trovano a compilare il modulo di iscrizione scolastica, una piccola casella diventa il segno di una scelta grande. Avvalersi o non avvalersi dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC): una libertà garantita dalla Costituzione, esercitata con consapevolezza. I dati raccolti in collaborazione con gli istituti presenti sul territorio diocesano per l’anno in corso parlano chiaro.
Su 17.843 alunni iscritti nelle scuole del territorio diocesano, ben 17.225 studenti hanno scelto di avvalersi dell’IRC, corrispondente al 96,54% del totale. Un dato che, già da solo, racconta una storia di fiducia diffusa, stabile e trasversale.
Ciò che colpisce, tuttavia, non è soltanto la percentuale complessiva, ma la sua straordinaria omogeneità attraverso tutti i gradi di istruzione. Dalla scuola dell’infanzia fino alle soglie della maggiore età, le famiglie e gli studenti continuano a scegliere l’IRC con una coerenza che sfida l’idea, talvolta accreditata, di una religiosità destinata a scemare con la crescita dei figli.

Dati di partecipazione per grado scolastico – Anno in corso

Grado ScolasticoAvvalentesi% Avvalentesi
Scuola dell’Infanzia2.22397,76%
Scuola Primaria5.18697,54%
Secondaria di I grado3.56597,17%
Secondaria di II grado6.25194,96%
Totale complessivo17.22596,54%

Fonte: rilevazione condotta in collaborazione con gli istituti del territorio diocesano.

La Scuola dell’Infanzia guida la classifica con il 97,76% di avvalentesi: quasi la totalità dei bambini in quella fascia d’età frequenta le ore di religione. È il momento in cui le grandi domande sul mondo e sull’esistenza si fanno per la prima volta, e le famiglie scelgono che la scuola accompagni questo cammino con le risorse della tradizione cristiana.
Nella Scuola Primaria la percentuale si mantiene al 97,54%: 5.186 bambini che vivono l’IRC come parte integrante del loro percorso educativo. L’ora di religione non è percepita come un’appendice opzionale, ma come uno spazio in cui si coltivano l’ascolto, il senso del bello e le radici della propria identità culturale.
Con la Secondaria di I grado, anni spesso definiti della “crisi” adolescenziale, la partecipazione resta altissima: 97,17%, pari a 3.565 alunni. Le domande di senso si intensificano, la ricerca di identità si fa più urgente, e l’IRC continua ad essere ritenuto un luogo prezioso di confronto e crescita.
È nella Secondaria di II grado che si registra la percentuale più bassa, ma non per questo meno significativa: il 94,96% degli studenti – quasi 6.251 giovani – sceglie liberamente di continuare a frequentare l’IRC anche in un’età in cui la libertà di scelta si esercita con piena consapevolezza. Questo dato è forse il più eloquente di tutti: quando i ragazzi stessi, e non più soltanto i genitori, possono decidere, la grande maggioranza dice sì.
Sarebbe riduttivo leggere questi numeri come il semplice riflesso di un’abitudine culturale o di una scelta «di default». L’IRC non è obbligatorio, e la normativa garantisce alternative a chi non intende avvalersene. Eppure, anno dopo anno, la stragrande maggioranza delle famiglie e degli studenti conferma la propria scelta. Questo è il segnale di una fiducia attiva, ragionata, rinnovata, confermata anche dal fatto che molti studenti di altre fedi o non credenti, pur ufficialmente non avvalentisi, seguono l’ora di religione cattolica, restano in classe per seguire con i compagni le attività proposte.

Le famiglie si fidano degli insegnanti di religione, della qualità del loro lavoro, del clima educativo che sanno creare. Si fidano di una disciplina che, unica nel panorama scolastico, si interroga sul senso della vita, sui valori fondativi della nostra civiltà, sul rapporto tra fede e ragione, tra individuo e comunità. Si fidano, in fondo, di un’ora che non insegna soltanto contenuti, ma che forma persone come, recentemente: è stato evidenziato anche da Leone XIV: l’insegnamento della religione è utile anche per la «comprensione» a tutto tondo «delle dinamiche storiche e sociali». Si tratta infatti di «una disciplina di grande valenza culturale», importante anche per interpretare le «espressioni del pensiero, dell’ingegno e delle arti che hanno dato forma e continuano a plasmare il volto dell’Italia, dell’Europa e di tanti Paesi del mondo».

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